Fino a qui - Cesura Group

 

Che le primavere arabe fossero un fenomeno che non si sarebbe concluso con la stessa velocità con la quale era nato era cosa chiara a quasi tutti; meno chiare erano invece le conseguenze che questi movimenti avrebbero potuto causare.
Conseguenze che sono politiche, come la persistente instabilità del mondo arabo; umanitarie, come le 200.000 vittime in Siria; religiose, come l’inasprimento in certe nazioni della lotta tra diverse correnti religiose.
Dal 2011 stiamo dunque assistendo al più grande esodo nella storia contemporanea verso l’Europa: un enorme flusso di persone ha colto impreparate le sue istituzioni e sta mettendo in discussione alcuni dei valori fondanti dell’Unione Europea.
La crisi mediorientale ha causato una moltiplicazione delle rotte migratorie, mentre fino a qualche anno fa la via principale era quella che attraversa il Mediterraneo (dalle coste libiche fino a quelle siciliane) negli ultimi anni abbiamo assistito allo sviluppo di un’altra rotta, quella balcanica.
Anch’essa ha un’origine antica, era infatti già stata battuta durante la disgregazione della Ex Jugoslavia, ma mai aveva accolto un così grande numero di profughi.
La rotta balcanica parte dalle isole greche più occidentali, che distano dalla Turchia solo poche miglia; prosegue verso nord, passando per Atene, attraverso la Macedonia, il Kosovo, la Serbia, e arrivando finalmente al primo Paese dell’Unione, l’Ungheria, oggi difesa da una rete metallica di 170 km.
Il viaggio in mare spaventa molti; per questo motivo si sono cercate altre soluzioni e si sono sviluppate nuove rotte.
Alcune di queste sono impensabili: la rotta polare, ad esempio, che ha portato migliaia di persone ad attraversare la Russia per entrare in Europa attraverso la Norvegia passando per il Circolo Polare Artico.
Poiché i Paesi nordeuropei restano tra le mete più ambite, molti dei migranti che cercano di raggiungerli si ritrovano bloccati nel cuore dell’Europa.

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