Graziano Perotti – Oltre il confine

“Welcome to Grece” recita un bel manifesto accompagnato dalla figura sorridente di un baffuto nativoin costume tradizionale. Peccato che a smentire il tutto sia la realtà delle tende allestite per ospitare i migranti davanti a cui sta un passeggino mentre una donna e il suo bambino siedono in attesa di chissà che cosa. Fotografo dotato di uno sguardo umanissimo, Graziano Perotti non ha potuto fare a meno di usare il sarcasmo per sintetizzare in una sola immagine le contraddizioni in cui si dibatte il mondo contemporaneo. Viene spontaneo pensare alla famosa immagine dei due uomini che percorrono a piedi con le valigie in mano una deserta strada sterrata su cui svetta un cartello pubblicitario che invita la prossima volta a usare il treno e rilassarsi: è uno degli scatti più famosi di Dorothea Lange che così alludeva alla crisi del 1929.

Adesso come allora, infatti, ai fotografi viene assegnato il compito di
rendere visibile quanto le parole dei testimoni raccontano e Perotti lo fa a modo suo, con quella capacità di indagare la realtà alternando l’attenzione per i particolari alla visione d’assieme che caratterizza da sempre il suo stile. “Confini” si chiama la sua ricerca realizzata in Giordania al confine con la Siria e Grecia ma in fin dei conti poco importa quali siano i luoghi dove è ambientata perché il fotografo conferisce all’insieme della sua visione il tono della universalità. Come per ricordarci di come quelle che erano linee tratteggiate sulle carte geografiche sono ora diventate in tante parti del mondo argini, ostacoli, barriere, sbarramenti, recinzioni, blocchi, chiusure che rendono lontanissimo l’entusiasmo
con cui fu accompagnata la caduta del Muro di Berlino. E’ difficile raccontare la quotidianità di chi vive in una continua attesa con il tempo che si dilata nel nulla,
ma Graziano Perotti riesce a farlo con immagini dotate di una profondità insieme fisica e metaforica: entra all’interno in un edificio piastrellato al cui interno è sistemata una tenda, sottolinea le forme essenziali di case tirate su alla buona in mezzo alle pozzanghere, buca il buio della notte inseguendo i tanti sguardi di uomini e donne riuniti intorno ai fuochi improvvisati con cui cucinano. Pur di fronte a situazioni estreme dove la presenza delle tende sottolinea il senso generale di precarietà, il fotografo lancia qualche segnale di fiducia come quando coglie, in una spettacolare immagine, l’inventiva di chi ha creato una distesa di bottigliette di plastica destinate al pasto e al bagnetto dei neonati lasciate a scaldarsi al sole, quando si sofferma sulle manine appoggiate forse per gioco a una finestra o quando
ci accompagna all’interno di una tenda-scuola al cui ingresso sono poste in bell’ordine le scarpe degli allievi. E mentre un ragazzino posa davanti a un ricovero improvvisato dove spicca un cartello con la scritta “I don’t want to be a refugee”, sono ancora una volta i bambini a farla da protagonisti. Graziano Perotti li riprende frontalmente mentre ridono felici di fronte allo spettacolo del clown Mahmood e in quelle loro espressioni, solo in quelle, si può ancora trovare la speranza di un diverso futuro.
Roberto Mutti

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